1938 L’Italia si scopre razzista

Il “Manifesto della razza” impone la discriminazione degli Ebrei a un paese che, per sua indole, non ha tradizioni di antisemitismo e che perciò reagisce blandamente. Ma l’influenza del nazismo fa sì che si arrivi fino alle deportazioni.

Una mattina, d’improvviso, gli Italiani si svegliarono razzisti. Era il 14 luglio 1938. Quella mattina  i quotidiani, in prima pagina, pubblicarono il “Manifesto della razza”, una sorta di tavola dei comandamenti redatta da un gruppo di studiosi, di scienziati, per fissare “la posizione del fascismo nei confronti dei problemi della razza”. L’operazione era stata condotta dal Ministero della Cultura Popolare.

Aveva ovviamente nulla di scientifico e molto di miserevole quel decalogo. Si scoprì più tardi che Mussolini aveva messo pesantemente le mani sul comunque colpevole lavoro di cinque cattedratici (Arturo Donaggio, Franco Savorgnan, Edoardo Zavattari, Nicola Pende e sabato Visco) e di cinque assistenti universitari. Il basso servizio era stato reso ancora più squallido dagli interventi giornalistici del duce.

Più che un “manifesto” era un vero e proprio foglio d’ordini. Conteneva dieci imperativi categorici che, corredati da brevi teorizzazioni esplicative, avrebbero dovuto capovolgere cultura, tradizioni e mentalità secolari.

Pochi giorni dopo, Achille Starace, il segretario-sergente del partito fascista, spiegò ai federali le conseguenze pratiche del “Manifesto”. Si doveva impedire ogni contaminazione razziale nelle colonie dell’Impero e allontanare dli Ebrei “dal corpo etnico della nazione”. Mentre si organizzava presso il ministero degli interni una speciale sezione per la Demografia e la Razza, che avviò un immediato censimento di tutti gli Ebrei presenti in Italia e ordinò all’amministrazione statale di individuare tutti gli Israeliti in organico, Giuseppe Bottai, ministro dell’educazione nazionale, dimostrò un inaudito fervore di circolari e decreti.

Era il più intelligente e problematico fra i gerarchi, ma fu il più zelante, il più ubbidiente ai desiderata di palazzo Venezia. Partì in quarta:  il 3 agosto 1938, vietò l’iscrizione degli studenti stranieri ebrei per l’anno scolastico 1938-39; il 6 agosto, scrisse ai presidi e ai rettori invitandoli a favorire, tra il personale docente, la diffusione della Difesa della razza, la nuova rivista che Telesio Interlandi offriva, ovviamente ben pagato, alla causa antisemita. Contemporaneamente i provveditori ricevettero l’ordine di escludere gli Ebrei da ogni incarico scolastico.

Si mosse in velocità anche Buffarini Guidi, il ministro degli interni. Il 17 agosto, un suo telegramma ai prefetti condannò alla fame gli Ebrei che ricoprivano cariche pubbliche, per le quali era “essenziale e inderogabile” un requisito di assoluta italianità.

il 2 e 3 settembre 1938, la discriminazione persecutoria si articolò in una serie di provvedimenti emanati dal Consiglio dei Ministri: divieto agli Ebrei stranieri di vivere nel Regno; obbligo di andarsene entro sei mesi agli Ebrei stranieri già residenti; revoca della cittadinanza italiana, se ottenuta dopo il 1° gennaio 1919; esclusione degli Ebrei dall’insegnamento; non ammissione degli alunni di “razza ebraica” alle scuole pubbliche. Fu fatto divieto alle librerie di esporre in vetrina volumi di autori israeliti e alle case editrici di pubblicarli.

 

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